Il 13 aprile prima del concerto dei Kokolo a Roma, NdujaBitz intervista Ray Lugo, band leader del gruppo.
Ecco l’intervista con l’audio sottotitolato in italano e di seguito il testo.
La tua storia musicale inizia a New York,
che genere suonavi all’epoca?
Sono cresciuto a N.Y. in quartiere che si chiama Lower East Side, zona molto importante per la musica punk, hip-hop e salsa. Perché tante persone che vivevano là hanno creato musica e arte in questo quartiere quand’ero giovane. Quindi attorno a me c’erano tutti questi stili musicali. Da giovane sono stato un fan dell’hip-hop e dopo
ho suonato punk-rock in alcune bands post-punk. E ho sempre provato ad apprendere diversi stili musicali.
Quindi in un primo momento non suonavi afrobeat. Quando è nata la tua passione per questo
genere musicale?
La prima volta che ho ascoltato Fela è stato nel ’92. Avevo un’etichetta punk indipendente e uno studio di registrazione. All’epoca sproducevo un gruppo che si chiamava King Chango e suonavamo latin-ska. Lavoravamo
per David Byrne dei Talking Heads che aveva un etichetta la WalkAbout. In quel periodo ho incontrato Keb Roth (produttore) di Sharon Jones & the Dap Kings. Lui studiava alla New York University ingegneria del suono e viveva
vicino il nostro studio. Una volta lo sentii suonare un disco di Fela “Black man’s cry”….che veramente non mi piaceva, lo trovavo noioso. Mi piaceva lo ska e la musica più “pompata”, i pezzi erano troppo lunghi…. ho impiegato sette anni a capire quel suono. E capire la genialità della musica del West Africa, dell’afro funk…Quando ho riascoltato la sua musica è stato con una nuova sensibilità. E’ come se hai un libro di francese a casa e tu non parli francese.Quindi solo in un secondo momento ho capito la bellezza e complessità dei ritmi, degli elementi jazz
dei sax, delle voci.
Tu prima non usavi sax o altri elementi del jazz?
No! solo chitarra, basso e batteria
Canti e suoni solamente la chitarra?
Si, non ho mai suonato le tastiere, i fiati, le percussioni. Non ho mai avuto coriste. Per me è stata come una sfida, volevo trovare e sviluppare un nuovo suono più complesso.
Quindi in un secondo momento hai amato l’afrobeat,
in particolare quello nigeriano o di altre parti
dell’Africa?
Sopratutto Nigeria ma mi piace anche la musica del Mali, del Ghana, dello Zaire, del Senegal come l’Orchestra Baobab. Quando ho iniziato a suonare questa musica con i Kokolo siamo riusciti a suonare in posti importanti
e ho incontrato i miei idoli musicali: Africa 70, Femi e Seun kuti, Tony Allen. Mi sono sorpreso e entusiasmato perchè a loro piaceva la musica dei Kokolo in particolare per le influenze latine che loro amavano da quand’erano giovani. Quando abbiamo suonato con Seun kuti a Sete in Francia tutta la band è venuta nel backstage entusiasti per il nostro sound perchè conoscevano Jhonny Pacheco, la Fania all Star, Willie Colon, conoscevano Hector Lavoe, Celia Cruz.
Ti piace l’afrobeat di Fela ma anche la musica latina
che è nata a New York ce ne vuoi parlare?
E’ una musica che mi ha ispirato, quando ho formato questo gruppo volevo fare qualcosa di originale. New York è conosciuta come un posto dove le band hanno un proprio sound. Quando ho scoperto Fela ho capito che il suo suono era influenzato da musicisti come James Brown, Stevie Wonder e da politici come Malcom X.
Ma Fela li ha usati per creare un suo sound unendoli alla cultura Youruba e nigeriana e alla sua lingua.
Così io volevo unire nella mia musica le esperienze fatte a New York.
Per questo motivo ti piace la musica latina come ad
esempio quella della Fania all Star?
Volevo unire queste due culture perchè queste già si conoscevano tra di loro
I tuoi dischi sono diversi da band che suonano solo afrobeat. Infatti inserisci varie influenze nei tuoi lavori come nel terzo album (ndr Love International)…
Si, ma all’inizio è stato difficile perchè i critici non presero bene il nostro sound. Dicevano: “Ma che cosa fanno questi kokolo, afro con latino?” Per me invece era molto divertente perchè quando ho incontrato gli Egypt 80 loro hanno detto di amare il suono afrocubano di New York.
E’ un nuovo stile per l’afro-music…
Esatto, per me è il suono dell’unità. Uniamo il sound di diversi musicisti e realtà per crearne uno nuovo.
Nell’ultimo disco Heavy Hustling ri-arrangi brani di James Brown. Per te è più importante James o Fela?
James ha influenzato molto la scena Usa e sopratutto me. Senza James Brown non avremmo avuto l’afrobeat, la disco, il funk, l’hip-hop, il drum&bass etc. Il modo in cui parlava a persone di New York come me attraverso il suo radio show, era fantastico. Con Heavy Hustling sono voluto tornare alla vera radice. Fela è il padre dell’afrobeat ma non avrebbe potuto fare questa musica senza James Brown. L’idea di comporre questo disco l’ho avuta dopo la
morte di James Brown. Sono stato al funerale all’ Apollo Theatre dove c’era la funzione pubblica in suo onore ed ero molto commosso, perchè i miei primi ricordi della musica nera sono le sue canzoni e quelle dei musicisti da lui influenzati: Commodores, B.T. express …e volevo fare qualcosa di speciale in omaggio al Godfather ma sempre con
il mio stile.

sending...